scritto da: Dott.ssa Antonella Selvaggio
( psicologo clinico e psicoterapeuta ericksoniano )
ruolo: Responsabile progetti pedagogici della Fondazione

La cultura dell’attuale contesto sociale si impone con una forte velocità, la diffusione dei mass-media e dei sistemi e metodi di comunicazione richiedono un costante aggiornamento e una continua ricerca, soprattutto a carico dei gruppi sociali impegnati attivamente nel processo educativo e formativo della società, come gli insegnati della scuola, i docenti universitari, i genitori e gli educatori in genere. Gli attuali metodi di comunicazione sono in continuo mutamento così come lo sono, rispetto a ieri, le differenze tra le varie età cognitive che anticipano o ritardano quelle che venivano considerate le “tappe” obbligate del percorso evolutivo dell’individuo. Pedagogia per il Terzo Millennio, realizzata da Patrizio Paoletti e la sua équipe di medici, neurologi, esperti di comunicazione, psico-pedagogisti, assistenti sociali e soprattutto insegnanti, educatori e genitori, si propone come uno strumento efficace e all’avanguardia nella definizione di modelli comunicativi efficienti ed efficaci. Il sistema scientifico opera, in particolare, per il miglioramento e lo sviluppo del potenziale di relazione tra gli individui. Frutto dell’ esperienza accumulata negli anni, attraverso lo studio dei meccanismi che determinano il comportamento umano e lo studio delle strategie che ne consentono il cambiamento. I metodi e le tecniche sia teoriche, sia pratiche utilizzate sono basate sulle idee di mediazione, traslazione e normalizzazione.
La mediazione,
nell’accezione da noi utilizzata, si riferisce alla capacità dell’educatore di “creare uno spazio vuoto” all’interno del quale il bambino/ragazzo, l’essere umano in generale, possa fare esperienza della vita con le sue leggi, degli oggetti e delle relazioni con l’altro, poggiandosi sull’attitudine dell’educatore di fare da “base sicura”, per favorire un’esplorazione libera ed orientata verso il miglioramento e il consolidamento dei potenziali umani. Mediare secondo questa accezione è il risultato della domanda: “Quale è la distanza giusta? Dove sono io, dove è lui? Quanti passi devo fare io verso di lui? Che cosa devo aspettarmi che faccia lui?” Il processo educativo caratterizzato dalla trasmissione di un sapere, che deve diventare poi un sapere applicativo (saper – fare) tra un educatore, o insegnante, ed un allievo, evidenzia immediatamente una relazione di grandezze che stabilisce la direzione, il flusso del trasferimento del sapere individuando un maggiore in relazione ad un minore.
Il punto d’incontro tra queste due figure individua il momento della trasmissione efficace del sapere; non si intende il punto di incontro fisico tra le persone, bensì il punto di incontro in quello che possiamo definire uno spazio comunicativo. Lo spazio comunicativo non rappresenta altro che il terreno in cui le figure che lo occupano, possono trovare riferimenti comuni che le mettano in grado di scambiarsi la conoscenza. La mediazione diventa l’azione che permette l’incontro tra insegnante e studente affinché si verifichi un effettivo apprendimento da parte di quest’ultimo. Diversi oltre a Patrizio Paoletti e il suo gruppo di ricerca hanno contribuito a definire ed evidenziare il concetto di mediazione nell’ambito dell’apprendimento tra i quali: Vygotskij, Wood, Bruner e Ross. Wood, Bruner e Ross, in un celebre articolo del 1976, introducono il concetto di scaffolding molto vicino all’idea di Mediazione introdotta da Patrizio Paoletti e il suo gruppo di ricerca con la Pedagogia per il Terzo Millennio. Letteralmente il termine scaffolding indica le impalcatura utilizzate nell’edilizia, innalzate attorno agli edifici per permettere agli operai di effettuarne la costruzione o la riparazione. Gli autori, nel loro articolo, identificano con il termine scaffolding le modalità di interazione tra un tutor ed un bambino che deve costruire una piramide tridimensionale con blocchi di legno. approfondisci
Per
 traslazione
si intende la capacità di attingere all’intelligenza emotiva al fine di acquisire strumenti efficaci per sollecitare l’apprendimento da “tutto e da ogni cosa”. La capacità di traslare è la capacità di spostarsi dal sapere al saper fare, cioè passare da un sapere teorico, alla capacità di applicare tal idee in tutti gli ambiti della vita. La traslazione è possibile solo se la mediazione si è occupata di trasferire dati e non informazioni, perché la traslazione stessa opera su dati e non su informazioni. Qual è la differenza tra dato e informazione? Il dato è la semplice registrazione dell’evento, mentre l’informazione è l’interpretazione dell’evento che viene fatta dai nostri schemi cognitivi. La traslazione è lo stimolo di colui che apprende ad utilizzare il suo sapere – sperienza, imparando sempre da tutto e da ogni cosa, cioè trovando quelle soluzioni applicative di ciò che ha visto accadere in un ambiente, in una condizione, per altri ambienti, per altre condizioni, utilizzando quella esperienza, quel saper fare, maturati in un contesto, in contesti molto diversi da quello in cui l’individuo ha avuto modo di apprenderla. L’arte della traslazione è importantissima per l’uomo, perché lo rende capace di imparare sempre e da ogni cosa, capace quindi di riutilizzare costantemente l’esperienza della sua vita per il suo scopo. Secondo Bruner, il valore della conoscenza consiste nella sua utilità per il futuro, nella sua capacità di essere trasferita e utilizzata in situazioni nuove. A tal fine è indispensabile prevedere l’apprendimento non tanto di contenuti, quanto di “strutture”, corrispondenti alla facoltà di strutturazione che caratterizza la psiche umana. Gardner dal suo canto, discute il ruolo che l’educazione dovrebbe avere e giunge alla conclusione che l’educazione sarebbe tenuta ad insegnare a comprendere. La sua è una visione alternativa dell’educazione, una visione rigorosamente centrata sul comprendere. Egli considera che la comprensione è avvenuta quando l’individuo è in grado di applicare un concetto, un’abilità, una teoria o un campo del sapere, in una situazione nuova. Un individuo dotato di buona memoria può bensì comprendere un tema; ma è anche plausibile che si limiti a ricordare l’informazione e che non abbia nessuna idea di come usarla in modo appropriato in una situazione nuova. approfondisci
Per normalizzazione si intende la capacità che ogni uomo ha di leggere e reinterpretare l’esperienza umana secondo prospettive più ampie ed efficaci, per comprendersi e comprendere meglio la realtà che lo circonda, talvolta non facile da decodificare. La normalizzazione indica un processo dinamico atto a stabilire, o a ristabilire, una condizione di normalità, di consuetudine. Che cos’è la normalità? La normalità è possedere rappresentazioni mentali aperte all’esperienza, alla possibilità.
La vita può essere intesa come un contenitore di eventi, un insieme sociale, dove esistono relazioni tra persone, relazioni con le cose e relazioni con i contesti, ma anche relazioni tra idee, concetti. Dewey sosteneva che l’educazione è un’educazione sociale perché deve preparare l’individuo ad una vita sociale: nell’età industriale (e quindi, a maggior ragione, nell’epoca post-moderna di oggi) l’uomo effettua scambi per soddisfare le sue necessità primarie (acquista ciò che gli serve e vende ciò di cui dispone), vive inserito in un contesto sociale in cui la sua realizzazione non è scollegata dagli altri ma, anzi, ne richiede la partecipazione piena o parziale. Bateson (e, con lui, la scuola di Palo Alto), sottolinea come la vita sia essenzialmente comunicazione e quindi, di nuovo, relazione: relazione tra soggetti, relazione tra soggetti e oggetti, relazione tra soggetti e contesti, relazione tra contesti, relazione tra soggetti e contesti. Quando questo flusso comunicativo si svolge in maniera fluida, senza interruzioni o alterazioni, adempiendo agli scopi per cui è messo in moto, allora vi è una situazione di normalità. La situazione di normalità è la situazione in cui l’uomo ha chiaro che cosa desidera dalla sua vita e come fare per ottenerlo. Se ci spostiamo in un ambito sociale, consideriamo normale che un uomo conosca qual è il contributo che può dare all’insieme a seconda delle esigenze dell’insieme stesso e che adempia a questo compito. In ambito familiare, è normale una famiglia dove vi sia relazione affettiva e di fiducia tra i suoi componenti, assenza di violenza ma anche di aggressività, di diffidenza, di sincerità: un nucleo familiare che sostenga la crescita dei figli e renda consapevoli ed entusiasti i genitori del loro ruolo-relazione con essi. La relazione è normalizzazione e viceversa, la normalizzazione è relazione. Nella storia della pedagogia, Maria Montessori è lo studioso che più condivide con la Pedagogia per il Terzo Millennio il processo di normalizzazione. Nel metodo Montessori, si dà grande importanza a lasciare l’iniziativa al bambino, senza costringerlo od obbligarlo ad una disciplina, ad una obbedienza imposta dall’insegnante. L’esperienza maturata con migliaia di bambini ha condotto a verificare che la disciplina è una conseguenza naturale di un opportuno sviluppo del bambino, quindi non deve venire né imposta né insegnata, occorre semplicemente predisporre le condizioni affinché si possa verificare. L’insegnante montessoriano è un educatore che predispone le condizioni, che cerca una relazione che stimoli il bambino ad essere attivo nella relazione con l’ambiente circostante. L’ambiente stesso è estremamente curato affinché possa fornire stimoli adeguati al bambino, stimoli che ne sostengano la naturale curiosità. Questi stimoli devono aiutarlo affinché egli  stesso diriga la sua curiosità e che non sia l’adulto a dirigere i suoi interessi. Il bambino, come suggerisce la Pedagogia per il Terzo Millennio  ha un ruolo attivo nel suo stesso sviluppo, nella sua crescita nella sua possibile evoluzione. approfondisci